“Quanto devo mettere da parte per la pensione?” è una delle domande che rimandiamo più a lungo, proprio perché il traguardo sembra lontano. Ma è anche una delle poche variabili finanziarie in cui il tempo lavora quasi sempre a nostro favore, se iniziamo presto. In questa guida vediamo quanto risparmiare per la pensione, a seconda dell’età da cui si parte. — Aura
La risposta breve, in tre numeri
Se cerchi un ordine di grandezza prima di leggere tutto il resto: per accumulare 100.000 € entro i 67 anni, ipotizzando un rendimento medio annuo del 5% al lordo di costi e imposte, servono all’incirca 75-80 € al mese partendo a 30 anni, 150-160 € partendo a 40 e 330-350 € partendo a 50. Lo stesso traguardo, lo stesso rendimento: cambia solo quanti anni ha a disposizione l’interesse composto per lavorare al posto tuo.
Se invece preferisci ragionare in percentuale del reddito, il riferimento più usato dai pianificatori è il 10-15% del netto, da alzare verso la parte alta della forchetta se parti dopo i 45 anni.
Perché la pensione pubblica probabilmente non basterà
Il tasso di sostituzione (il rapporto tra l’ultimo stipendio e la prima pensione) è in calo strutturale da anni. Chi oggi ha meno di 40 anni può ragionevolmente aspettarsi, in base alla continuità della propria carriera lavorativa, una pensione pubblica pari al 45-60% circa dell’ultimo reddito. Questo significa un possibile “buco” del 30-40% da colmare con risparmio personale o previdenza complementare, se si vuole mantenere un tenore di vita simile a quello degli anni di lavoro.
Non è un discorso allarmistico: è semplicemente il motivo per cui iniziare a costruire un secondo pilastro previdenziale (fondo pensione, PAC su ETF, o entrambi) è oggi considerato meno “opzionale” che in passato, specie per chi ha una carriera discontinua o è nato dopo il 1980.
Il sistema contributivo lega la pensione ai contributi effettivamente versati e all’età di uscita: carriere discontinue, part-time e ingressi tardivi nel mondo del lavoro pesano molto più che in passato. Le proiezioni della Ragioneria Generale dello Stato stimano che, già dal 2040, l’apporto dei fondi pensione possa alzare il tasso di sostituzione netto di circa 10 punti per i dipendenti privati e 20 punti per i lavoratori autonomi rispetto alla sola previdenza obbligatoria.
Il paradosso italiano è che questo secondo pilastro resta minoritario: secondo i dati della COVIP, a fine 2024 gli iscritti alla previdenza complementare erano circa 9,95 milioni (11,1 milioni contando le posizioni multiple), poco più di un terzo dei lavoratori. La maggioranza, semplicemente, non ha ancora iniziato.
Quanto cambia iniziare a 30, 40 o 50 anni
Ipotizziamo un obiettivo comune: accumulare 100.000 € aggiuntivi entro i 67 anni, con un rendimento medio annuo del 5%. Ecco quanto servirebbe versare ogni mese, a seconda di quando si inizia:
| Età di partenza | Anni di versamenti | Versamento mensile | Totale versato | Quota da rendimenti |
|---|---|---|---|---|
| 30 anni | 37 | circa 75-80 € | circa 34.000 € | circa 66.000 € |
| 40 anni | 27 | circa 150-160 € | circa 50.000 € | circa 50.000 € |
| 50 anni | 17 | circa 330-350 € | circa 69.000 € | circa 31.000 € |
Lo stesso obiettivo finale richiede un impegno mensile più che quadruplicato se si parte a 50 anni invece che a 30. Non perché servano più soldi in totale (anzi, chi inizia prima versa complessivamente meno), ma perché manca il tempo necessario alla composizione dei rendimenti per fare gran parte del lavoro.
Guarda l’ultima colonna: chi parte a 30 anni mette di tasca propria circa un terzo del capitale finale, chi parte a 50 ne mette più di due terzi. Il corollario pratico è poco romantico ma utile: iniziare con un importo piccolo batte quasi sempre l’attesa dell’importo giusto. Cinquanta euro al mese versati a 30 anni valgono, a 67, più di quanto valgano 100 euro al mese iniziati a 42.
Tradurre l’obiettivo in percentuale dello stipendio
Ragionare per capitale obiettivo funziona bene se hai un traguardo chiaro. Se invece il reddito cambia spesso, è più robusto ragionare in percentuale: destinare al risparmio previdenziale una quota fissa del netto, e lasciare che l’importo si adegui da solo agli aumenti e ai cali.
| Netto mensile | 10% del netto | 15% del netto |
|---|---|---|
| 1.400 € | 140 € | 210 € |
| 1.800 € | 180 € | 270 € |
| 2.200 € | 220 € | 330 € |
| 3.000 € | 300 € | 450 € |
Due avvertenze che rendono questi numeri meno spaventosi di quanto sembrino. La prima: se sei un lavoratore dipendente, il TFR destinato al fondo pensione non esce dalla busta paga, perché è retribuzione già maturata, e in molti contratti attiva anche il contributo del datore di lavoro, che è denaro aggiuntivo. Abbiamo confrontato le due strade in TFR in azienda o fondo pensione. La seconda: parte del versamento torna indietro sotto forma di minori imposte, come vediamo fra poco.
Un ordine di priorità sensato, prima di spingere sulla previdenza: prima un fondo di emergenza da tre-sei mesi di spese, poi l’eventuale debito costoso, poi la pensione. I versamenti al fondo pensione sono difficili da recuperare in anticipo, e un imprevisto risolto con un prestito costa più di quanto renda un anno di contributi.
Quanto risparmiare per la pensione: il simulatore
Inserisci la tua età attuale, l’età di pensionamento prevista, un capitale già accumulato (se presente) e l’obiettivo di capitale integrativo che vorresti raggiungere, per stimare il versamento mensile necessario.
Simulatore risparmio previdenziale
Simulazione semplificata al lordo delle imposte sulle plusvalenze e dei costi di gestione. I rendimenti passati o attesi non garantiscono risultati futuri: si tratta di una stima, non di una promessa.
Dove mettere questi versamenti
- Fondo pensione: beneficia della deduzione fiscale fino a 5.300 € l’anno (dal 2026) e di una tassazione agevolata sui rendimenti. Per i lavoratori di prima occupazione dopo il 2007, sotto i 35 anni al momento dell’iscrizione, è previsto un plafond aggiuntivo di deducibilità di 2.582,29 € per i primi 5 anni di versamenti, che porta il limite fino a 7.882,29 € annui.
- PAC su ETF: più flessibile, senza vincoli di uscita, con tassazione al 26% sulle plusvalenze solo al momento del disinvestimento.
- Combinazione dei due: molte persone usano il fondo pensione per la parte “vincolata” (con vantaggio fiscale) e un PAC su ETF per la parte più liquida e flessibile.
Quanto vale davvero la deduzione fiscale nel 2026
Dal 1° gennaio 2026 il limite di deducibilità dei contributi alla previdenza complementare è salito da 5.164,57 € a 5.300 € l’anno: è il primo adeguamento dopo circa vent’anni. Il tetto comprende sia i versamenti del lavoratore sia quelli del datore di lavoro, mentre il TFR conferito non rientra nel conteggio, perché segue un regime fiscale separato.
Dedurre significa abbassare il reddito imponibile IRPEF, quindi il beneficio dipende dalla tua aliquota marginale. Con gli scaglioni in vigore nel 2026 (23% fino a 28.000 €, 33% da 28.000 a 50.000 €, 43% oltre 50.000 €), che abbiamo analizzato in IRPEF 2026: le nuove aliquote in busta paga, lo stesso versamento vale cifre molto diverse.
| Versamento annuo | Aliquota 23% | Aliquota 33% | Aliquota 43% |
|---|---|---|---|
| 1.200 € (100 €/mese) | 276 € | 396 € | 516 € |
| 2.400 € (200 €/mese) | 552 € | 792 € | 1.032 € |
| 5.300 € (tetto massimo) | 1.219 € | 1.749 € | 2.279 € |
Letto in questo modo il conto cambia: per un contribuente al 33%, versare 200 € al mese significa vederne tornare indietro quasi 800 all’anno in sede di dichiarazione. Il costo effettivo del versamento non è 2.400 €, ma circa 1.600.
L’extra-deducibilità per chi lavora dal 2007 in poi
Chi ha iniziato a versare contributi obbligatori dopo il 1° gennaio 2007 ha diritto a un meccanismo di recupero spesso ignorato: se nei primi cinque anni di partecipazione al fondo non ha saturato il plafond deducibile, può recuperare la differenza nei venti anni successivi, versando oltre il tetto ordinario. Con il nuovo limite, la quota aggiuntiva utilizzabile ogni anno sale a 2.650 € (la metà di 5.300 €), per un tetto massimo complessivo di 7.950 € annui.
È una correzione che vale la pena segnare, perché molte guide riportano ancora i vecchi importi: fino al 2025 i riferimenti erano 2.582,29 € e 7.746,86 €. Chi si è iscritto prima del 2026 calcola il proprio plafond arretrato con la vecchia soglia per gli anni fino al 2025 e con quella nuova dal 2026 in poi.
Che cosa è cambiato dal 1° luglio 2026
Due novità rendono la domanda di questa guida più concreta del solito, perché toccano anche chi non ha ancora deciso nulla.
- Adesione automatica al posto del silenzio-assenso. Per chi viene assunto dal 1° luglio 2026 al primo impiego, il TFR maturando e i contributi previsti dal contratto vengono destinati al fondo collettivo di riferimento in via automatica, fin dall’assunzione. Il lavoratore ha 60 giorni per scegliere diversamente: un altro fondo, oppure lasciare il TFR in azienda. Le direttive attuative sono state adottate dalla COVIP a giugno 2026.
- Più flessibilità in uscita. Al pensionamento la quota richiedibile in capitale sale dal 50% al 60% del montante, quando si superano le soglie tecniche previste, e si aggiungono nuove forme di erogazione (rendita a durata definita, prelievi, erogazione frazionata) gestite direttamente dal fondo. La tassazione agevolata resta quella nota: 15% che scende dello 0,30% per ogni anno di partecipazione oltre il quindicesimo, fino a un minimo del 9%.
Il secondo punto risponde all’obiezione più comune contro il fondo pensione, quella dei soldi bloccati in una rendita, senza però cancellarla del tutto: il vincolo fino all’età pensionabile resta, ed è la ragione per cui il fondo non dovrebbe mai essere l’unico contenitore dei tuoi risparmi.
Tre errori che costano più di qualunque rendimento
- Aspettare di poter versare abbastanza. È l’errore più caro di tutti, e la tabella per età lo mostra in modo brutale: ogni anno di attesa alza l’asticella mensile, non l’abbassa.
- Scegliere il comparto garantito a 30 anni. Il comparto garantito protegge il capitale nominale ma rende poco: ha senso vicino alla pensione, molto meno con trent’anni davanti, quando la vera minaccia al potere d’acquisto è l’inflazione.
- Lasciare sul tavolo il contributo del datore di lavoro. In molti contratti il datore versa una quota solo se versi anche tu: rinunciarvi significa rinunciare a una parte di retribuzione a cui hai diritto.
Quando confronti due fondi pensione, il numero da guardare non è il rendimento passato ma l’ISC, l’indicatore sintetico dei costi pubblicato dalla COVIP: su orizzonti di trent’anni, un punto percentuale di costi in più erode una quota molto rilevante del capitale finale. I fondi negoziali di categoria sono in genere i più economici, i PIP assicurativi i più cari.
Domande frequenti
Quanto risparmiare per la pensione se ho già 50 anni?
Con 17 anni davanti l’interesse composto aiuta poco, quindi conta soprattutto l’importo: la forchetta realistica è il 15% del netto o più. In compenso, a questa età il vantaggio fiscale è spesso al massimo, perché il reddito è ai suoi livelli più alti.
Posso versare meno di quanto ho dichiarato all’inizio?
Sì. La contribuzione volontaria al fondo pensione è modificabile e sospendibile: il fondo resta attivo, si ferma solo il versamento. È una differenza importante rispetto a un contratto con premi obbligatori, e conviene verificarla prima di firmare.
Il fondo pensione conviene anche a chi ha un reddito basso?
Il beneficio della deduzione cresce con l’aliquota, quindi è minore sotto i 28.000 €. Restano però gli altri due vantaggi, indipendenti dal reddito: il contributo del datore di lavoro, se previsto dal contratto, e la tassazione finale fra il 15% e il 9%, molto più leggera di quella ordinaria.
Posso recuperare i soldi prima della pensione?
Solo nei casi previsti dalla legge: anticipazioni per spese sanitarie, acquisto o ristrutturazione della prima casa, o fino al 30% per esigenze personali dopo otto anni di iscrizione, oltre ai riscatti per perdita dei requisiti. Non è un salvadanaio da aprire quando serve: per quello esiste il fondo di emergenza.
Se ti stai avvicinando all’uscita, il passo successivo è capire quando potrai effettivamente smettere: lo abbiamo ricostruito in Pensione 2026: età, requisiti e cosa cambia.
La regola pratica: quanto accantonare ogni mese
Come regola generale (non una prescrizione rigida), per capire quanto risparmiare per la pensione molti pianificatori finanziari suggeriscono di destinare al risparmio previdenziale/pensionistico circa il 10-15% del reddito netto, a partire il prima possibile. Chi inizia più tardi dovrà orientarsi verso la parte alta di questo intervallo, o anche oltre, per recuperare il tempo perduto.
“Non esiste un’età sbagliata per iniziare a risparmiare per la pensione. Esiste solo un impegno mensile diverso: prima inizi, meno ti costa raggiungere lo stesso obiettivo.”
— Aura
Continua ad approfondire
- Riscatto della laurea 2026: quanto costa e quando conviene
- TFR in azienda o fondo pensione: la scelta che vale migliaia di euro
- Pensione 2026: età, requisiti e cosa cambia
Nota importante
Le stime di tasso di sostituzione e i risultati del simulatore hanno finalità puramente illustrativa: dipendono da variabili personali (carriera, contributi versati, rendimenti reali, normativa futura) che nessun calcolatore può prevedere con certezza. Questo contenuto ha finalità informativa ed educativa e non costituisce consulenza previdenziale o finanziaria personalizzata. Leggi il disclaimer completo →
Per approfondire
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