Ogni anno l’azienda accantona per te una somma che pochi guardano davvero: il TFR. La scelta tra TFR in azienda o fondo pensione, su un orizzonte di 20-30 anni, può valere diverse migliaia di euro netti. Con la Legge di Bilancio 2026 cambiano anche i tempi per decidere e i limiti di deducibilità fiscale. Vediamo come funziona davvero il confronto tra TFR in azienda o fondo pensione, con i dati ufficiali più recenti. — Aura
Come funziona il TFR se resta in azienda
Il Trattamento di Fine Rapporto è una quota di retribuzione differita: ogni anno l’azienda accantona circa il 6,91% della retribuzione lorda (in pratica, la RAL divisa per 13,5). Se scegli di lasciarlo in azienda, il montante non resta fermo: viene rivalutato ogni anno secondo la formula fissata dall’articolo 2120 del Codice Civile, pari all’1,5% fisso più il 75% della variazione dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI) rilevata a dicembre.
Con un’inflazione FOI media del 2025 intorno al 2%, la rivalutazione applicata al TFR dal 1° gennaio 2026 è stata pari a circa il 3,0% (1,5% + 75% × 2,0%). Su questa rivalutazione annua grava un’imposta sostitutiva del 17%, versata direttamente dal datore di lavoro in acconto e a saldo.
Come funziona il TFR se lo versi al fondo pensione
In alternativa puoi destinare il TFR maturando a un fondo pensione complementare (negoziale, aperto o PIP). In questo caso la somma non viene più rivalutata con la formula fissa del Codice Civile, ma investita sui mercati finanziari secondo il comparto scelto (garantito, obbligazionario, bilanciato, azionario), con un rendimento potenzialmente più alto ma anche più variabile.
Esistono tre grandi famiglie di fondi pensione. I fondi negoziali nascono da accordi tra sindacati e associazioni datoriali di uno specifico settore (metalmeccanici, commercio, sanità, e così via) e hanno di norma i costi di gestione più bassi; sono in genere quelli a cui il tuo CCNL fa riferimento e verso cui scatta il silenzio-assenso. I fondi pensione aperti sono istituiti da banche, SGR o compagnie assicurative e sono aperti a chiunque, indipendentemente dal settore. I PIP (Piani Individuali Pensionistici) sono polizze assicurative a finalità previdenziale, distribuite dalle compagnie di assicurazione, generalmente con costi più alti dei negoziali.
All’interno di ciascun fondo si sceglie poi un comparto, spesso con una logica “life cycle”: più azionario nei primi decenni di carriera, per poi spostarsi gradualmente verso linee più prudenti (obbligazionarie o garantite) man mano che ci si avvicina al pensionamento.
Il confronto dei rendimenti: i dati COVIP 2025
La Relazione Annuale COVIP 2025 (Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione) fotografa bene la differenza. Nel 2025 i fondi negoziali hanno reso in media il 4,8%, con i comparti a maggiore componente azionaria arrivati al 7,7%; i fondi pensione aperti hanno reso il 5,7% e i PIP il 5,1%. Le linee garantite, più prudenti, si sono fermate al 2,3%. Nello stesso anno, la rivalutazione del TFR lasciato in azienda è stata pari all’1,9%: sensibilmente inferiore a quasi tutti i comparti dei fondi pensione, compresi quelli più prudenti.
È un dato di un solo anno e i rendimenti dei fondi pensione non sono garantiti: nelle fasi di mercati in calo, un comparto azionario può anche perdere valore nel breve periodo. Ma su orizzonti lunghi (10-30 anni, come tipicamente accade con il TFR), la letteratura finanziaria e gli stessi dati storici COVIP mostrano che i comparti diversificati tendono a sovraperformare la rivalutazione fissa del TFR in azienda.
La tassazione: la vera differenza nel lungo periodo
Oltre al rendimento, cambia radicalmente il trattamento fiscale finale.
TFR in azienda: alla cessazione del rapporto di lavoro, il capitale accumulato viene tassato con il meccanismo della tassazione separata, applicando l’aliquota media IRPEF calcolata sui redditi degli ultimi cinque anni. Per un lavoratore dipendente con reddito medio-alto, questa aliquota si colloca spesso tra il 23% e oltre il 30%.
TFR nel fondo pensione: la prestazione finale è tassata con un’imposta sostitutiva agevolata del 15%, che si riduce dello 0,3% per ogni anno di partecipazione al fondo oltre il quindicesimo, fino a un minimo del 9% per chi vi aderisce da 35 anni o più. È quasi sempre un’aliquota più bassa rispetto alla tassazione separata sul TFR aziendale, ed è uno dei motivi principali per cui, a parità di altre condizioni, il fondo pensione tende a restituire un capitale netto più alto.
Facciamo un esempio numerico semplificato, solo a scopo illustrativo. Un lavoratore con una RAL di 30.000 euro matura circa 2.222 euro di TFR lordo all’anno. In 25 anni, senza considerare eventuali aumenti di stipendio, avrà accantonato un capitale nominale di circa 55.500 euro.
Se questa somma resta in azienda e si rivaluta a un tasso netto medio ipotizzato del 2% annuo, il montante lordo a fine periodo si aggira sui 72.000 euro, tassati con un’aliquota media IRPEF ipotizzata del 27%: restano circa 52.500 euro netti. Se invece lo stesso importo viene versato a un fondo pensione con un rendimento medio netto ipotizzato del 3,2% annuo (già al netto della tassazione sui rendimenti), il montante lordo finale sale a circa 84.000 euro; tassato al 15% (25 anni di iscrizione non arrivano ancora alla soglia dei 15 anni oltre cui scatta la riduzione), restano circa 71.400 euro netti.
Nel nostro esempio la differenza supera i 18.000 euro, senza nemmeno considerare l’eventuale contributo aggiuntivo del datore di lavoro. I numeri cambiano ovviamente in base a stipendio, rendimenti effettivi e aliquota IRPEF personale: usa il calcolatore più in basso per una stima sui tuoi dati.
Il contributo del datore di lavoro: il vantaggio che in pochi sfruttano
Molti contratti collettivi nazionali prevedono che, se il lavoratore aderisce al fondo pensione negoziale di categoria e versa un contributo volontario minimo (spesso tra l’1% e il 2% della retribuzione), l’azienda sia tenuta a versare a sua volta un contributo aggiuntivo, di importo analogo, sempre a favore del lavoratore. È denaro che, se non aderisci al fondo, resta semplicemente non erogato: non torna in busta paga. Prima di decidere, vale sempre la pena controllare cosa prevede il proprio CCNL su questo punto, perché può cambiare in modo sostanziale la convenienza del calcolo.
La deducibilità fiscale dei versamenti volontari
Chi, oltre al TFR, versa anche contributi volontari al fondo pensione (di tasca propria, non derivanti dal TFR) può dedurre questi importi dal reddito imponibile IRPEF. Con la Legge di Bilancio 2026 il limite ordinario di deducibilità sale da 5.164,57 euro a 5.300 euro annui, mentre il tetto di “extra-deducibilità” utilizzabile ogni anno arriva a 2.650 euro.
Sommando le due voci, il tetto complessivo teorico può raggiungere 7.950 euro annui, cifra rilevante soprattutto per i lavoratori di prima occupazione dal 2007 in poi, che possono recuperare negli anni successivi la capienza non sfruttata nei primi cinque anni di iscrizione.
Calcolatore: quanto vale la tua scelta
TFR in azienda o fondo pensione: simulatore
Inserisci i tuoi dati per stimare il capitale netto accumulato nei due scenari. È una simulazione semplificata a scopo puramente illustrativo, non un piano finanziario personalizzato.
TFR in azienda o fondo pensione: quando conviene lasciarlo in azienda
Il fondo pensione non è la scelta giusta per tutti in ogni circostanza. Lasciare il TFR in azienda può avere senso se: hai un orizzonte lavorativo molto breve davanti a te (ad esempio sei vicino alla pensione); prevedi di avere bisogno di liquidità a breve termine e vuoi mantenere maggiore flessibilità, dato che le anticipazioni sul TFR in azienda sono generalmente più semplici da ottenere rispetto a quelle sul fondo pensione, che sono ammesse solo per specifiche causali (spese sanitarie, prima casa, ulteriori esigenze dopo 8 anni di iscrizione).
Oppure lavori in un’azienda con meno di 50 dipendenti che non versa il TFR al Fondo di Tesoreria INPS e preferisci mantenere il capitale in un contesto che conosci bene. In tutti gli altri casi, soprattutto per i lavoratori più giovani con un orizzonte lungo, il confronto tra rendimenti e tassazione tende a favorire il fondo pensione.
Tempistiche e reversibilità: cosa cambia dal 1° luglio 2026
Chi è stato assunto fino al 30 giugno 2026 ha ancora sei mesi di tempo dall’assunzione per scegliere la destinazione del TFR, con il consueto meccanismo del silenzio-assenso: se non si esprime alcuna scelta esplicita, il TFR maturando viene automaticamente trasferito al fondo pensione previsto dagli accordi aziendali o territoriali, oppure dal CCNL applicato (o a quello con più iscritti in azienda, se ce n’è più di uno disponibile). Dal 1° luglio 2026, la finestra temporale per decidere si riduce a 60 giorni.
Un aspetto spesso sottovalutato: la scelta di aderire alla previdenza complementare è irrevocabile, mentre la decisione di lasciare il TFR in azienda può sempre essere modificata in un secondo momento, passando al fondo pensione. Non è invece possibile il percorso inverso: una volta conferito il TFR al fondo, non si può più tornare a lasciarlo in azienda.
Le domande più frequenti
Posso versare al fondo pensione solo una parte del TFR?
No. La scelta sul TFR maturando è “tutto o niente”: o lo lasci interamente in azienda, oppure lo destini per intero al fondo pensione prescelto. Puoi però, in aggiunta al TFR, versare contributi volontari di importo variabile, che restano sempre a tua discrezione.
Cosa succede al TFR se cambio lavoro?
Se il TFR è rimasto in azienda, alla cessazione del rapporto viene liquidato secondo le regole ordinarie. Se invece è confluito in un fondo pensione, la posizione individuale resta tua e ti segue: puoi trasferirla a un altro fondo (ad esempio quello del nuovo CCNL) oppure lasciarla dov’è, continuando eventualmente a versare contributi volontari anche senza un datore di lavoro che versi il TFR corrente.
I rendimenti dei fondi pensione sono garantiti?
Solo i comparti “garantiti” offrono una tutela esplicita del capitale versato (in genere a determinate condizioni e scadenze). I comparti obbligazionari, bilanciati e azionari non garantiscono il capitale e possono registrare, in singoli anni, rendimenti negativi. È uno dei motivi per cui la scelta del comparto dovrebbe tenere conto dell’orizzonte temporale personale e, nei casi più complessi, del confronto con un consulente abilitato.
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Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente informativa ed educativa e non costituiscono consulenza finanziaria, fiscale o previdenziale personalizzata. Le aliquote, i rendimenti storici e i coefficienti di rivalutazione citati sono soggetti a variazioni nel tempo e possono differire in base alla situazione individuale, al CCNL applicato e al fondo pensione scelto. Prima di decidere come destinare il tuo TFR, consulta un consulente finanziario o previdenziale abilitato. Leggi il nostro Disclaimer Finanziario completo.
