I PIR 2026 promettono una cosa che in Italia suona quasi impossibile: zero imposte sui guadagni finanziari. Niente 26% su plusvalenze, dividendi e interessi, e nemmeno imposta di successione. Il patto però ha un prezzo preciso. Devi investire soprattutto in imprese italiane e lasciare i soldi fermi per almeno cinque anni. In questa guida trovi le regole reali, quanto vale l’esenzione in euro e i casi in cui i costi del prodotto se la mangiano tutta. — Aura
Che cosa sono i Piani Individuali di Risparmio
Il PIR non è un prodotto finanziario a sé. È un contenitore fiscale: un involucro che puoi mettere attorno a un fondo comune, a una gestione patrimoniale, a una polizza o a un semplice dossier titoli. Se il contenuto rispetta certe regole, i guadagni che produce non vengono tassati.
Lo strumento è nato nel 2017 con un obiettivo dichiarato di politica economica. Come spiega la Banca d’Italia, il canale con cui i risparmiatori finanziano direttamente le imprese comprando titoli è in Italia molto più stretto che negli altri paesi sviluppati. Lo Stato quindi rinuncia a un po’ di gettito per spingere il risparmio privato verso le aziende nazionali.
Esistono due famiglie. Il PIR ordinario, disponibile dal 2017, pensato per il risparmiatore comune. E il PIR alternativo, introdotto nel 2021, rivolto a chi ha patrimoni elevati e più esperienza. Le regole cambiano parecchio tra i due, come vedremo.
Il vantaggio fiscale dei PIR 2026: quanto vale davvero
In Italia le rendite finanziarie sono tassate con aliquota del 26%. Vale per il capital gain sulle azioni, per i dividendi e per gli interessi delle obbligazioni societarie. Fanno eccezione i titoli di Stato, tassati al 12,5%. Se vuoi il quadro completo, ne ho parlato nella guida sulla tassazione degli investimenti nel 2026.
Dentro un PIR quel 26% sparisce. L’esenzione copre tutti i redditi generati dagli investimenti del piano: plusvalenze, interessi e dividendi. In più il PIR è esente da imposta di successione, un dettaglio che pesa quando l’obiettivo è trasferire il capitale ai figli.
Facciamo un conto semplice. Investi 40.000 euro e dopo dieci anni il piano vale 60.000 euro. La plusvalenza è di 20.000 euro. Fuori dal PIR pagheresti 5.200 euro di imposta. Dentro un PIR quei 5.200 euro restano nelle tue tasche. Attenzione però: è un’ipotesi di calcolo, non un rendimento garantito. Il piano potrebbe anche valere meno di quanto hai versato.
Le regole dei PIR 2026 in dettaglio
Qui sta il cuore della questione. Il beneficio fiscale non è automatico: dipende dal rispetto puntuale di una serie di vincoli. Se li violi, devi versare le imposte ordinarie sui redditi maturati, maggiorate degli interessi.
Chi può sottoscriverlo
Solo le persone fisiche residenti fiscalmente in Italia. Le società sono escluse. Fanno eccezione casse previdenziali e fondi pensione, che possono accedervi con un beneficio però ridotto. Anche i minorenni possono essere titolari di un PIR, il che lo rende uno strumento usato talvolta per accantonare capitale a nome dei figli.
Una regola che sfugge spesso: puoi essere titolare di un solo PIR. Non si sommano due piani della stessa banca né di banche diverse.
Come deve essere composto il portafoglio
Per il PIR ordinario i vincoli fissati dalla normativa sono tre e si incastrano l’uno nell’altro:
- almeno il 70% del piano deve essere investito in strumenti finanziari emessi da società italiane, oppure europee con stabile organizzazione in Italia;
- dentro quel 70%, almeno il 25% deve andare a società non incluse nell’indice FTSE MIB, cioè fuori dalle maggiori quotate di Piazza Affari;
- sempre dentro quel 70%, almeno il 5% deve andare a società escluse sia dal FTSE MIB sia dal FTSE Mid Cap, quindi alle imprese di dimensioni minori.
Si aggiunge un limite di concentrazione: non puoi mettere più del 10% del piano in strumenti di una sola società o di un solo gruppo. Il 30% residuo, invece, è libero e può essere investito senza vincoli geografici.
Tradotto in pratica: un PIR ordinario è per costruzione un portafoglio concentrato sull’Italia, con una fetta obbligatoria di piccole e medie imprese. È esattamente l’opposto della diversificazione globale che si ottiene, per esempio, con un PAC su ETF mondiali.
Quanto puoi investire
Nel PIR ordinario il versamento annuo va da un minimo di 500 euro a un massimo di 40.000 euro. Il plafond complessivo, cumulando gli anni, è di 200.000 euro. Nel PIR alternativo i numeri salgono a 300.000 euro all’anno e 1,5 milioni di euro complessivi.
Il vincolo dei cinque anni
È la condizione più stringente. Devi mantenere l’investimento per almeno cinque anni. Se disinvesti prima, perdi l’agevolazione e paghi le imposte ordinarie con gli interessi.
C’è una precisazione importante che in molti fraintendono. Puoi vendere i singoli strumenti dentro il piano anche prima della scadenza. Per conservare il beneficio, però, devi reinvestire il ricavato in strumenti finanziari equivalenti entro 90 giorni. Il vincolo riguarda quindi il piano, non il singolo titolo.
PIR ordinario e PIR alternativo a confronto
| Caratteristica | PIR ordinario | PIR alternativo |
|---|---|---|
| Limite annuo | da 500 a 40.000 € | fino a 300.000 € |
| Plafond complessivo | 200.000 € | 1.500.000 € |
| Vincolo del 70% | società italiane o UE con stabile organizzazione in Italia | solo società escluse da FTSE MIB e FTSE Mid Cap |
| Concentrazione max per emittente | 10% | 20% |
| Detenzione minima | 5 anni | 5 anni |
| Esenzione fiscale | redditi di capitale, capital gain e successione | redditi di capitale, capital gain e successione |
| Profilo di rischio | alto | molto alto, bassa liquidità |
| Destinatario tipico | risparmiatore retail | investitore esperto con patrimonio elevato |
Il PIR alternativo è più rischioso per costruzione. Investe in aziende più piccole, spesso non quotate su mercati regolamentati, e si realizza in genere tramite fondi chiusi, ELTIF o minibond. Sono strumenti difficili da vendere in fretta. Non è un prodotto per chi sta muovendo i primi passi.
Calcolatore: quanto vale l’esenzione nel tuo caso
Questa simulazione confronta due percorsi identici: lo stesso capitale, lo stesso rendimento ipotetico, la stessa durata. In un caso paghi il 26% sulla plusvalenza finale, nell’altro no. Serve a dare un ordine di grandezza, non a prevedere il futuro.
Prova a rifare il conto abbassando il rendimento ipotizzato. Noterai una cosa: più il rendimento è basso, meno l’esenzione fiscale conta in valore assoluto. Il meccanismo dell’interesse composto spiega perché il vantaggio cresce in modo non lineare con gli anni.
I costi: il punto in cui il vantaggio può sparire
Questa è l’avvertenza più importante dell’articolo, ed è la stessa che mette nero su bianco la Banca d’Italia. I prodotti PIR offerti dagli operatori hanno in media costi più alti rispetto a prodotti finanziari con caratteristiche simili. Quelle spese riducono il beneficio fiscale, fino ad annullarlo.
Il ragionamento è aritmetico. L’esenzione ti fa risparmiare il 26% sul solo guadagno. Una commissione di gestione dell’1,8% annuo, invece, si applica ogni anno su tutto il capitale. Su un orizzonte di dieci anni la commissione può erodere più di quanto l’esenzione ti restituisca.
Prima di firmare, quindi, guarda una cifra sola nella documentazione: il costo totale annuo del prodotto, indicato nel KID. Confrontalo con quello di un fondo o di un ETF comparabile. Se la differenza supera l’uno per cento all’anno, il conto rischia di non tornare.
I rischi da conoscere prima di sottoscrivere
- Rischio di mercato. Il piano investe in gran parte in azioni e obbligazioni societarie, anche di imprese piccole. Il valore può scendere sotto il capitale versato.
- Bassa diversificazione. Per definizione il portafoglio è sbilanciato su un solo paese. Se l’economia italiana rallenta, non hai un’altra area a compensare.
- Costi. Come visto sopra, sono il fattore che più spesso vanifica il beneficio.
- Perdita dell’agevolazione. Basta violare una regola, o disinvestire prima dei cinque anni, per dover pagare le imposte più gli interessi.
- Illiquidità. Vale soprattutto per i PIR alternativi, costruiti spesso su fondi chiusi con finestre di uscita rare.
Il vincolo temporale merita una riflessione a parte. Cinque anni sono tanti. Prima di immobilizzare del denaro, verifica di avere già in piedi un fondo di emergenza adeguato. Nel PIR vanno somme di cui non avrai bisogno.
Fondo PIR compliant o PIR fai da te?
Ci sono due strade per costruire il piano. La prima, di gran lunga la più diffusa, è comprare un fondo PIR compliant: un fondo comune, una gestione patrimoniale o una polizza già conformi alle regole. L’intermediario si occupa di rispettare tutti i vincoli di composizione, tu ti occupi solo di non disinvestire troppo presto.
La seconda è il PIR fai da te. Apri un rapporto di custodia dedicato presso un intermediario e componi tu il portafoglio. Il vantaggio sono i costi più bassi. Lo svantaggio è che devi rispettare da solo le soglie del 70%, del 25%, del 5% e del 10%, ricalcolandole ogni volta che i mercati si muovono. Non è un lavoro banale.
Per la maggior parte dei risparmiatori la scelta è tra un fondo PIR con costi contenuti e la rinuncia allo strumento. La terza opzione, il fai da te, richiede tempo e disciplina contabile.
Quando i PIR hanno senso e quando no
Lo strumento funziona meglio in un profilo abbastanza preciso. Hai già un fondo di emergenza e un portafoglio diversificato a livello globale. Vuoi aggiungere una quota di esposizione all’Italia che avresti comunque preso. Hai un orizzonte reale superiore ai cinque anni. E hai trovato un prodotto con costi allineati al mercato.
Ha invece poco senso in altri casi. Se il PIR diventa il tuo unico investimento, stai concentrando tutto su un solo paese. Se il capitale ti potrebbe servire tra due o tre anni, il vincolo quinquennale è un problema. E se il prodotto costa il doppio di un’alternativa equivalente, l’esenzione non ripaga la differenza.
Un ultimo confronto utile. Se l’obiettivo è ridurre le imposte con un vincolo di lungo periodo, esiste un’altra strada già molto usata in Italia: la deduzione dei contributi al fondo pensione. I due strumenti non si escludono, ma rispondono a bisogni diversi.
Domande frequenti
Posso avere due PIR contemporaneamente?
No. Ogni persona fisica può essere titolare di un solo piano. È una delle condizioni di accesso al regime agevolato.
Cosa succede se vendo prima dei cinque anni?
Perdi l’agevolazione sui redditi già maturati e devi versare le imposte ordinarie maggiorate degli interessi. Se invece vendi un singolo strumento e reinvesti in uno equivalente entro 90 giorni, il beneficio resta.
Il PIR è davvero esente da imposta di successione?
Sì, l’esenzione dall’imposta di successione è prevista dalla disciplina dei PIR ed è uno degli elementi che li rende interessanti in ottica di trasferimento del patrimonio.
Anche un minorenne può intestarsi un PIR?
Sì. La normativa lo consente, e il piano viene gestito da chi esercita la responsabilità genitoriale fino alla maggiore età.
In sintesi
I PIR 2026 restano uno dei pochi casi in cui il fisco italiano rinuncia davvero al 26%. Il beneficio è concreto, ma non è un pasto gratis: paghi con la concentrazione geografica, con cinque anni di vincolo e, spesso, con commissioni sopra la media. La domanda giusta non è “conviene il PIR”, ma “conviene questo PIR, con questi costi, per questa parte del mio portafoglio”.
Le regole aggiornate e ufficiali sono consultabili sul portale L’economia per tutti della Banca d’Italia, mentre i chiarimenti sul regime fiscale sono raccolti nella documentazione dell’Agenzia delle Entrate.
Questo articolo ha finalità informative e divulgative. Non costituisce consulenza finanziaria, fiscale o di investimento personalizzata, né una sollecitazione all’acquisto di prodotti finanziari. I dati riportati sono aggiornati alla data di pubblicazione e possono cambiare. Prima di qualsiasi decisione valuta la tua situazione con un professionista abilitato. Leggi il Disclaimer Finanziario completo.
