Aprire la partita IVA nel 2026 significa quasi sempre fare i conti con il regime forfettario: lo schema fiscale agevolato scelto dalla maggior parte di freelance, professionisti e piccole attività in Italia. Conviene davvero? Dipende dai ricavi, dal tipo di lavoro e da alcune soglie che nel 2026 vale la pena conoscere bene prima di partire. In questa guida trovi i requisiti aggiornati, le due novità della Legge di Bilancio 2026, il calcolo dell’imposta e — cosa che quasi nessuna guida mette nero su bianco — quanto pesano davvero i contributi INPS. — Aura
Cos’è il regime forfettario
Il regime forfettario è un regime fiscale agevolato pensato per le persone fisiche che avviano o gestiscono una piccola attività in partita IVA. Al posto delle aliquote IRPEF ordinarie applica un’imposta sostitutiva unica, calcolata su un reddito determinato in modo forfettario: ai ricavi si applica un coefficiente di redditività stabilito per legge in base al codice ATECO dell’attività.
Il vantaggio principale è la semplificazione: niente IVA da addebitare in fattura e da versare, niente ritenuta d’acconto, contabilità ridotta all’osso, nessun indice sintetico di affidabilità fiscale da compilare. Il prezzo di questa semplicità è che le spese reali dell’attività, salvo i contributi previdenziali, non si scaricano: il fisco decide in anticipo, con il coefficiente, quanta parte dei tuoi incassi è considerata guadagno.
La disciplina di riferimento è la legge 190/2014, articolo 1, commi da 54 a 89, e la scheda ufficiale è consultabile sul sito dell’Agenzia delle Entrate.
Cosa cambia nel 2026: le due novità che contano
La Legge di Bilancio 2026 (legge 199/2025, pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 301 del 30 dicembre 2025 ed entrata in vigore il 1° gennaio 2026) sul forfettario è intervenuta con una riga sola. Ed è una riga che riguarda molte persone.
Prima novità: la soglia dei 35.000 euro resta. L’articolo 1, comma 27 della legge 199/2025 modifica la lettera d-ter) del comma 57 della legge 190/2014 sostituendo le parole “l’anno 2025” con “gli anni 2025 e 2026”. Tradotto: chi nel 2025 ha percepito redditi da lavoro dipendente o assimilati fino a 35.000 euro può accedere o restare nel regime forfettario anche nel 2026. Senza quella proroga il limite sarebbe tornato ai 30.000 euro previsti a regime, escludendo di colpo una fetta di chi lavora “in doppio”.
Seconda novità: quella che non c’è. Durante l’iter della manovra si era parlato di alzare il tetto generale dei ricavi da 85.000 a 100.000 euro. La previsione è caduta: il limite di accesso resta 85.000 euro. Se hai letto il contrario in giro, era una proposta, non una norma.
| Voce | 2025 | 2026 | Dal 2027 (se nessuno interviene) |
|---|---|---|---|
| Limite ricavi/compensi | 85.000 € | 85.000 € | 85.000 € |
| Limite redditi da lavoro dipendente o pensione | 35.000 € | 35.000 € | 30.000 € |
| Imposta sostitutiva ordinaria | 15% | 15% | 15% |
| Imposta sostitutiva start-up (primi 5 periodi) | 5% | 5% | 5% |
| Spese per lavoro dipendente e collaboratori | 20.000 € | 20.000 € | 20.000 € |
La colonna a destra è quella da tenere d’occhio: l’innalzamento a 35.000 euro è una misura temporanea, rinnovata di anno in anno. Chi oggi è appena sotto quella soglia dovrebbe già farci un pensiero per il 2027.
Chi può aprire la partita IVA in regime forfettario nel 2026
I requisiti si verificano guardando l’anno precedente, quindi il 2025. Per applicare il forfettario nel 2026 devi:
- essere una persona fisica che esercita attività d’impresa, arte o professione (non una società);
- aver conseguito nel 2025 ricavi o compensi non superiori a 85.000 euro, ragguagliati ad anno se l’attività è iniziata in corso d’anno;
- non aver sostenuto nel 2025 spese superiori a 20.000 euro lordi per lavoro accessorio, lavoro dipendente e collaboratori;
- non aver percepito nel 2025 redditi da lavoro dipendente o assimilati superiori a 35.000 euro;
- non ricadere in nessuna delle cause di esclusione elencate qui sotto.
Il “ragguaglio ad anno” è il dettaglio che sfugge più spesso a chi apre a metà anno: se hai aperto la partita IVA a settembre 2025 e hai incassato 30.000 euro in quattro mesi, ai fini della soglia contano come se fossero circa 90.000 euro su dodici mesi. In quel caso il forfettario nel 2026 non spetta.
Le cause di esclusione da conoscere
Anche restando sotto le soglie, il regime è precluso in una serie di situazioni previste dal comma 57 della legge 190/2014. Le più frequenti sono queste:
- Regimi speciali IVA o regimi forfetari di determinazione del reddito già applicati, senza rinuncia espressa (agricoltura, editoria, agenzie di viaggio, vendita di beni usati e altri).
- Residenza all’estero, salvo chi risiede in uno Stato UE o SEE e produce in Italia almeno il 75% del reddito complessivo.
- Partecipazione, contemporaneamente all’attività, a società di persone, associazioni professionali o imprese familiari.
- Controllo di una S.r.l. che esercita attività economiche riconducibili, direttamente o indirettamente, a quella svolta in forfettario.
- Prevalenza di fatturato verso il proprio datore di lavoro attuale, o verso quello dei due anni precedenti, o verso soggetti a lui riconducibili.
- Cessione di beni o servizi in via prevalente verso soggetti esteri riconducibili agli stessi casi sopra.
C’è una regola di tempistica che fa la differenza in pratica: se la causa di esclusione esiste già all’inizio dell’anno, il regime non si può applicare da subito; se invece si presenta durante il 2026, l’uscita dal forfettario scatta dal 2027, non retroattivamente.
Il limite dei 35.000 euro per chi lavora anche come dipendente
È la soglia che riguarda più persone: dipendenti che vogliono aggiungere un’attività autonoma e pensionati che continuano a lavorare. La regola dice che se nell’anno precedente hai percepito redditi di lavoro dipendente o assimilati — e la pensione rientra fra questi — oltre la soglia, il forfettario non spetta.
Per il 2026 la soglia è 35.000 euro di reddito percepito nel 2025. Attenzione a cosa si guarda: è il reddito imponibile indicato in Certificazione Unica, non il lordo aziendale e non il netto in busta paga. Se non sai da dove parte quel numero, il nostro articolo su come si passa dallo stipendio lordo al netto ricostruisce il percorso, e quello sulle nuove aliquote IRPEF 2026 spiega come viene tassata l’altra metà dei tuoi redditi.
L’eccezione che vale la pena conoscere: la verifica della soglia è irrilevante se il rapporto di lavoro subordinato è cessato nel corso del 2025. In quel caso il reddito percepito prima della cessazione non blocca l’accesso al regime. La prassi dell’Agenzia delle Entrate chiede però che non si tratti di una cessazione solo formale: se dopo la cessazione hai avviato un nuovo rapporto di lavoro dipendente, o percepisci una pensione, la soglia torna a contare. È il punto su cui conviene farsi confermare la situazione da un commercialista prima di aprire.
Ricorda infine la scadenza scritta nella tabella qui sopra: la soglia a 35.000 euro è una proroga annuale. Senza un nuovo intervento, dal 2027 si torna a 30.000 euro. Chi nel 2026 guadagna da dipendente fra 30.000 e 35.000 euro sta costruendo un’attività su una soglia che potrebbe non esserci più fra dodici mesi.
Regime forfettario 2026: quando si paga il 5% e quando il 15%
L’imposta sostitutiva ordinaria è il 15%. Scende al 5% per i primi cinque periodi d’imposta se ricorrono tutte e tre queste condizioni:
- non hai esercitato attività d’impresa, arte o professione nei tre anni precedenti, nemmeno in forma associata o familiare;
- l’attività non è la mera prosecuzione di un’altra svolta prima come dipendente o autonomo (fa eccezione il periodo di pratica obbligatoria per l’accesso a una professione);
- se prosegui un’attività svolta prima da qualcun altro, i ricavi di quell’attività nell’anno precedente non superavano 85.000 euro.
Un dettaglio che costa soldi a chi non lo conosce: si parla di periodi d’imposta, non di cinque anni pieni. Chi apre la partita IVA a ottobre 2026 consuma tutto il 2026 come primo dei cinque periodi, e l’aliquota al 5% finirà con il 31 dicembre 2030 — cioè dopo quattro anni e tre mesi di attività reale. Se la data di apertura è flessibile e siamo a fine anno, aspettare gennaio può valere qualche migliaio di euro.
Come si calcola l’imposta: il coefficiente di redditività
Nel forfettario non si sottraggono i costi reali: si applica ai ricavi un coefficiente fissato per legge in base al gruppo di attività. Il risultato è il reddito lordo, dal quale si deducono soltanto i contributi previdenziali obbligatori effettivamente versati.
| Tipo di attività | Coefficiente |
|---|---|
| Industrie alimentari e delle bevande | 40% |
| Commercio all’ingrosso e al dettaglio | 40% |
| Commercio ambulante di alimentari e bevande | 40% |
| Commercio ambulante di altri prodotti | 54% |
| Costruzioni e attività immobiliari | 86% |
| Intermediari del commercio | 62% |
| Alloggio e ristorazione | 40% |
| Attività professionali, scientifiche, tecniche, sanitarie, di istruzione, servizi finanziari e assicurativi | 78% |
| Altre attività economiche | 67% |
Il coefficiente segue il gruppo di attività, non il singolo codice: con il passaggio alla nuova classificazione ATECO il numero del tuo codice può essere cambiato senza che cambi la percentuale applicabile. Se hai ricevuto una riclassificazione automatica, vale la pena verificare che il coefficiente usato in dichiarazione sia ancora quello corretto.
Quanto pesano davvero i contributi INPS nel 2026
È la parte che quasi tutte le guide liquidano in una riga, ed è quella che decide se il forfettario conviene. L’imposta al 5% o al 15% non è la tassa che paghi: i contributi previdenziali pesano spesso più dell’imposta stessa. Le aliquote 2026 sono state fissate dalla circolare INPS n. 8 del 3 febbraio 2026 per la Gestione separata e dalla circolare INPS n. 14 del 9 febbraio 2026 per artigiani e commercianti.
Professionisti senza cassa: Gestione separata
Chi svolge un’attività di lavoro autonomo senza una cassa professionale di categoria versa alla Gestione separata INPS. Nel 2026 l’aliquota resta invariata: 26,07% per chi non è pensionato né iscritto ad altra gestione previdenziale obbligatoria, 24% per chi è pensionato o già coperto da un’altra gestione. I contributi si calcolano sul reddito effettivo, quindi non c’è un minimo da versare se non fatturi: è il vantaggio silenzioso di questa gestione.
Artigiani e commercianti: il minimale che si paga comunque
Qui il meccanismo è diverso e molto più duro all’inizio. Nel 2026 le aliquote sono 24% per gli artigiani e 24,48% per i commercianti fino a 56.224 euro di reddito, e salgono rispettivamente al 25% e al 25,48% sulla parte eccedente. Ma soprattutto: i contributi sono dovuti su un reddito minimale di 18.808 euro annui anche se guadagni meno. Significa circa 4.500 euro l’anno per un artigiano e circa 4.600 euro per un commerciante, da versare in quattro rate fisse anche in un anno storto (agli importi l’INPS aggiunge una piccola quota fissa di maternità).
La riduzione del 35%: cosa ti dà e cosa ti toglie
Artigiani e commercianti in regime forfettario possono chiedere la riduzione del 35% dei contributi, confermata anche per il 2026 per chi ne beneficiava nel 2025 e non vi ha rinunciato. Su un contributo minimo da commerciante si scende da circa 4.600 a circa 3.000 euro l’anno. Non è però uno sconto gratuito: versare meno significa accreditare meno mesi di contribuzione, e l’anzianità pensionistica si riduce in proporzione a quanto versato. È una scelta di cassa oggi contro pensione domani, e va fatta consapevolmente, non per abitudine.
Chi è iscritto a una cassa professionale (avvocati, ingegneri, commercialisti, medici e altri) segue invece le regole della propria cassa, che ha aliquote e minimi propri, indipendenti dal regime fiscale scelto.
Esempio pratico: 40.000 euro di compensi, quanto resta
Prendiamo un consulente senza cassa professionale, coefficiente 78%, che nel 2026 incassa 40.000 euro. Ecco il conto completo, contributi inclusi.
| Passaggio | Con aliquota 15% | Con aliquota 5% |
|---|---|---|
| Compensi incassati | 40.000 € | 40.000 € |
| Reddito lordo (40.000 × 78%) | 31.200 € | 31.200 € |
| Contributi Gestione separata (26,07%) | − 8.133,84 € | − 8.133,84 € |
| Reddito imponibile | 23.066,16 € | 23.066,16 € |
| Imposta sostitutiva | − 3.459,92 € | − 1.153,31 € |
| Resta in tasca | 28.406,24 € | 30.712,85 € |
Due letture che il numero finale rende evidenti. La prima: il prelievo complessivo è del 29% con l’aliquota al 15% e del 23% con quella al 5% — molto lontano dall’idea di “pago il 15%” con cui si entra nel regime, perché i contributi valgono da soli oltre 8.000 euro. La seconda: fra 5% e 15% ballano 2.306 euro in un anno solo, ed è il motivo per cui la data di apertura della partita IVA merita attenzione.
Una precisazione di metodo: la deduzione riguarda i contributi effettivamente versati nell’anno, non quelli maturati. Nel primo anno di attività, quando i versamenti sono ancora pochi, l’imponibile è più alto e il conto reale peggiora rispetto a questo schema; negli anni successivi si riallinea.
Cosa succede se superi 85.000 o 100.000 euro
Le due soglie hanno conseguenze molto diverse, e confonderle è l’errore più caro che si possa fare in questo regime.
- Ricavi fra 85.000 e 100.000 euro: l’anno in corso resta interamente forfettario. Si esce dall’anno successivo, con tutto il tempo per organizzarsi.
- Ricavi oltre 100.000 euro: l’uscita è immediata. Dalla fattura che fa superare la soglia devi applicare l’IVA, e l’intero reddito dell’anno viene tassato con l’IRPEF ordinaria, non con l’imposta sostitutiva. L’IVA non detratta durante il periodo forfettario può essere recuperata con la rettifica della detrazione nella dichiarazione IVA dell’anno del superamento.
Se ti stai avvicinando ai 100.000 euro a fine anno, la differenza fra emettere una fattura a dicembre o a gennaio non è un dettaglio contabile: cambia il regime fiscale di dodici mesi di lavoro.
Un’ultima nota poco conosciuta: dal 2025 è operativo il regime transfrontaliero di franchigia, che consente di applicare l’esenzione IVA anche alle operazioni verso altri Paesi UE, entro una soglia complessiva di 100.000 euro di volume d’affari nell’Unione. È una possibilità in più per chi lavora con clienti europei, ma richiede un’adesione specifica e va valutata con il proprio consulente.
Vantaggi e limiti del regime forfettario 2026
Quello che guadagni: un’aliquota unica al 15% o al 5% al posto di IRPEF, addizionali regionali e comunali; nessuna IVA da addebitare, versare e dichiarare; nessuna ritenuta d’acconto in fattura, quindi incassi l’intero importo; contabilità semplificata; esonero dagli indici sintetici di affidabilità fiscale.
Quello che perdi, e va messo sul piatto:
- Le spese reali non si deducono. Se la tua attività ha costi importanti — affitto di un locale, materiali, attrezzature — il coefficiente di redditività può risultare molto più penalizzante della contabilità ordinaria.
- Le detrazioni IRPEF si perdono. Sul reddito forfettario non si applicano detrazioni per spese mediche, ristrutturazioni, familiari a carico o interessi sul mutuo. Se non hai altri redditi tassati con l’IRPEF, quei bonus semplicemente non li usi.
- L’IVA sugli acquisti resta un costo, perché non è detraibile.
- Imposta di bollo da 2 euro sulle fatture di importo superiore a 77,47 euro.
- Fattura elettronica obbligatoria anche per i forfettari.
- Le perdite non si compensano con altri redditi.
Domande frequenti sul regime forfettario 2026
Il regime forfettario conviene sempre?
No. Conviene quando i costi reali dell’attività sono inferiori alla quota che il coefficiente considera già “spesa”. Un consulente con coefficiente 78% ha il 22% dei ricavi riconosciuto forfettariamente come costo: se spende meno di così, guadagna dal regime; se ha un ufficio, dipendenti o materiali, probabilmente no.
Posso restare in forfettario se sono anche dipendente?
Sì, purché nel 2025 il tuo reddito da lavoro dipendente o assimilato non abbia superato 35.000 euro e tu non fatturi in prevalenza al tuo datore di lavoro attuale o a quello dei due anni precedenti.
Un pensionato può aprire la partita IVA in forfettario?
Sì, e la pensione rientra fra i redditi assimilati soggetti alla soglia dei 35.000 euro. Sul fronte contributivo, chi è già pensionato versa alla Gestione separata con l’aliquota ridotta al 24%.
Devo emettere fattura elettronica?
Sì. L’obbligo riguarda tutti i forfettari, senza soglie di esonero.
Cosa cambierà nel 2027?
Salvo un nuovo intervento normativo, il limite dei redditi da lavoro dipendente tornerà a 30.000 euro. Tutto il resto — 85.000 euro di ricavi, aliquote al 5% e al 15%, tetto di 20.000 euro per il personale — resta come oggi.
In sintesi
- Nel 2026 il limite di ricavi resta 85.000 euro: l’ipotesi dei 100.000 euro non è passata.
- La soglia dei redditi da lavoro dipendente resta a 35.000 euro grazie all’articolo 1, comma 27 della legge 199/2025. Dal 2027 torna a 30.000 salvo proroga.
- L’imposta è il 15%, ridotta al 5% per i primi cinque periodi d’imposta a determinate condizioni.
- Il conto vero lo fanno i contributi: 26,07% in Gestione separata, minimale da circa 4.500-4.600 euro l’anno per artigiani e commercianti.
- Su 40.000 euro di compensi il prelievo complessivo è intorno al 29% con l’aliquota al 15%, non al 15%.
- Oltre 100.000 euro l’uscita dal regime è immediata, con IVA dalla fattura che supera la soglia.
Le informazioni di questo articolo hanno finalità divulgativa e sono aggiornate alla data di pubblicazione sulla base delle fonti normative citate. Non costituiscono consulenza fiscale, contabile o previdenziale: l’apertura di una partita IVA e la scelta del regime vanno valutate con un commercialista sulla tua situazione specifica. Leggi il nostro disclaimer.
Per approfondire
Per tenere in ordine fatture e ricevute
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